Ieri, sulla rivista Le Scienze e’ uscita una tabella che racconta il divario esistente fra le scoperte scientifiche, misurate attraverso il Nature Index, e le notizie più diffuse sui media. Il divario appare chiaro: alla gente interessa vivere di più e meglio (medicina) e va generalmente appresso alle notizie catastrofiche, probabilmente per il fatto che queste si prestano spesso ad una abbondante misinformazione. In generale, la correlazione fra quello che viene promosso dai media e trova spazio sui i social network con ciò che viene pubblicato nel mondo scientifico sembra essere abbastanza debole, per me indice della bassa alfabetizzazione e partecipazione alla scienza da parte dei media e largo pubblico.
Detto ciò, il Nature Index, traccia le principali pubblicazione, le collaborazioni più importanti e mette a confronto le performance della ricerca nel mondo. L’Italia non si difende poi cosi male, nel 2016 guadagna un posto posizionandosi decima a livello mondiale, probabilmente grazie alla scoperta delle onde gravitazionali, che comunque non pare abbia fatto breccia nei media e sui social… Ma, se si guarda all’eccellenza, ovvero alle posizioni relative delle varie istituzioni di ricerca ed università, il nostro paese non supera il 62mo posto conquistato dal CNR nel 2014. Ovvio che in una scala assoluta contano i fondi, il numero di ricercatori, il sistema ricerca, che speriamo sia stato riformato in meglio, una eccessiva frammentazione, ecc. ecc. Forse sbaglio a leggere i dati, ma mi porrei la domanda sul perché tanta quantità non rispecchi alternata qualità, domanda alla quale francamente non ho una risposta chiara in mente.
Comunque, sono molto contento che L’INFN, l’ente per il quale lavoro, nel 2016 è al 74mo posto assoluto e 11mo per le ricerche in fisica a livello mondiale, che data la sua specificità rispetto ai competitor che lo precedono è veramente un’ottimo risultato, ma soprattutto è il primo fra gli istituti di ricerca ed università italiani.
Scripta manent verba volant
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