A high resolution TPC based on GEM optical readout

https://ieeexplore.ieee.org/document/8532631

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Il conflitto democratico, competere per un mondo migliore

il-conflitto-democratico.jpgMentre scrivo questo post ascolto Sebastino Barisoni che si indigna con Marco Travaglio perché usa il noi e il voi per distinguersi dall’egemonia del pensiero neoliberista nel quale la nostra società vive oggi. Non amo affatto Travaglio, e non condivido molto della visione di Barisoni, ma è chiaro che nessuno dei due sta usando questa distinzione per competere nel creare un mondo migliore. La loro non è infatti una competizione agonistica fra due visioni diverse di società. Il loro è un rapporto antagonistico, un conflitto fra due fazioni che devono prevaricare l’una l’altra. Secondo la Mouffe, storica politologa della corrente post-marxista, le identità politiche, essendo identità collettive, possono solo identificarsi nella distinzione fra noi e loro senza che questo debba costituire un conflitto.
Nella sua idea, la democrazia perfetta non può esistere, perché la collettività è cosi complessa che essa è irraggiungibile. La democrazia diviene quindi una competizione per il potere fra idee (noi/loro) di società diverse. Potere, nuova egemonica che sostituisce la precedente, rivoluzionando le istituzioni.
Essere avversari e non nemici, legittima quindi ogni forma di pensiero collettivo, anche la più radicale, purché questa sappia proporre un nuovo modello di società. Da qui la forte critica all’esodo, come forma di lotta al egemonia dominante, e alla rivoluzione intesa solo come sostituzione di qualcuno al potere, che invece può avvenire solo attraverso un cambiamento delle istituzioni.
Non so se sia la visione corretta, o quanto sia utopico pensare che un società evoluta dovrebbe competere e non sopraffarsi per il potere, ma mi piace.
https://www.amazon.it/conflitto-democratico-Chantal-Mouffe/dp/8857528456 

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Migrazioni climatiche verso l’Italia #CNR

Uno studio dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia), pubblicato suEnvironmental Research Communications, mostra come nel recente passato le migrazioni dall’area del Sahel all’Italia siano state guidate soprattutto dalle variazioni meteo-climatiche in quelle zone, dove si evidenziano intensi impatti del riscaldamento globale

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In uno studio pubblicato sulla rivista internazionale Environmental Research Communications dall’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia), si osserva come le variazioni meteo-climatiche svolgano un ruolo primario nell’influenza dei flussi migratori dalla fascia africana del Sahel all’Italia. I ricercatori si sono concentrati sul periodo 1995-2009, precedente alle primavere arabe e alla crisi siriana, escludendo così conflitti recenti ed evidenziando meglio eventuali incidenze climatiche.
“In questo contesto appare interessante valutare quantitativamente l’influenza dei cambiamenti climatici sulle migrazioni dalla fascia africana del Sahel all’Italia, che rappresentano circa il 90% degli ingressi sul nostro territorio dalla rotta mediterranea”, afferma Antonello Pasini, ricercatore del Cnr-Iia e autore dello studio, svolto in collaborazione con Stefano Amendola, dottorando in fisica dell’Università di Roma Tre. “Nello specifico, abbiamo utilizzato un semplice modello lineare e un altro più sofisticato di intelligenza artificiale, un sistema a rete neurale recentemente sviluppato dal nostro gruppo, in grado di evidenziare cambiamenti non graduali ed effetti del superamento di determinate soglie nelle variabili meteo-climatiche. Con il modello a rete neurale siamo stati in grado di spiegare quasi l’80% della variabilità nelle correnti migratorie verso l’Italia, prendendo in considerazione i soli dati meteo-climatici, per causa diretta e per influenza sull’ammontare dei raccolti annuali”.
L’agricoltura rappresenta quindi un collegamento tra cambiamenti climatici e migrazioni. “Raccolti poveri ed eventuali carestie, congiuntamente alle ondate di calore durante la stagione di crescita, amplificano il fenomeno migratorio”, chiarisce Pasini.
Il fattore dominante che ha indotto queste migrazioni sembra essere però la temperatura, tanto da far pensare che il superamento di una soglia di tolleranza termica, umana ed animale, possa avere un ruolo primario sulle variazioni dei flussi migratori. “Oggi sappiamo che i paesi africani sono molto vicini a queste soglie. I nostri risultati modellistici rappresentano ovviamente solo un primo passo verso studi più ampi, che possano vedere la collaborazione con scienziati sociali per una valutazione più completa di tutti i fattori che influenzano le migrazioni”, conclude il ricercatore. “Nonostante ciò, ritengo che già ora le evidenze presentate in questo studio vadano seriamente prese in considerazione dal mondo della politica, affinché anche in Africa si adottino strategie doppiamente vincenti, come il recupero di terreni degradati e desertificati, che possano condurre a mitigare il riscaldamento globale e, nel contempo, a creare situazioni che prevengano il triste fenomeno delle migrazioni forzate”.
Ufficio Stampa CNR

Linear e non linear influences of climatic changes on migration flows: a case study for the ‘Mediterranean bridge’, Environmental Research Communications 1,011005, https://iopscience.iop.org/article/10.1088/2515-7620/ab0464, A. Pasini, S. Amendola (2019)

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Scienza in Parlamento

APmarciaScienziatiBoston-k4oB-U43300766041696YcG-768x576@Corriere-Tablet_desktop.jpg       Caro Marco Cattaneo,
ho letto il tuo editoriale sull’ultimo numero di Le Scienze e l’appello a gli scienziati italiani per aderire all’invito di promuovere un comitato che sia di supporto al parlamento nelle scelte nel campo della scienza la tecnologia.
Pur condividendo l’obiettivo ritengo che vi siano grandi insidie dietro a tutto ciò.
La scienza mi sembra già sufficientemente in balia delle opinioni da ritenere molto pericoloso renderla complice delle scelte politiche, in particolare di questo parlamento, ma piu’ in generale della politica miope che distingue questo periodo storico. A mio parere, e’ proprio questa confusione (a questo punto commistione) su temi caldi come clima, l’aborto e fecondazione, gli OGM, i vaccini ecc che ha creato grandissimi problemi. Guarda l’unico articolo che avete pubblicato questo, particolare, mese sul clima: ci racconta come l’unica strategia uscita da un panel come l’IPCC, in cui siedono anche scienziati dopo 24 anni, non sia altro che mitigare l’emissione di CO2 attraverso il sequestro di carbonio o imporre delle tasse ai cittadini, socializzando il danno fatto da pochi sulla comunità.
Al di la chi ci campa, da scienziati vogliamo veramente appoggiare le innovazioni della green economy, degli incentivi statali a pioggia, le macchine elettriche, l’economia circolare, il riciclo, i biodisel, ecc, ecc? chiunque conosca un minimo di termodinamica e di economia capisce bene l’incompatibilità delle due discipline.
Siete, siamo, forse…, fra i pochi intellettuali rimasti in questo paese, non possiamo metterci al fianco di questa egemonia di pensiero, fermandoci a editoriali e chiedendo di costituire commissioni di consulenza. Oggi, probabilmente, se vogliamo che rinasca la fiducia nella scienza, dovremmo scendere nelle piazze a fianco di quei giovani dai quali abbiamo “preso in prestito” la Terra, perché sappiamo bene, proprio da scienziati, i limiti ai quali siamo arrivati e rischi che corriamo.
Infine, e’ vero, panel di questo tipo ci sono anche in altri posti del mondo da almeno 20 anni, e forse qualche frutto lo hanno anche dato. Ma, proprio perché siamo cosi’ in ritardo, e’ quasi sciocco pensare di risolvere in questo modo il rapporti fra scienza e società: sembra quasi che sconfitti nella nostra autorevolezza, scegliamo una via facile per avere un minimo di autorità. Forse, sarebbe meglio ascoltare i giovani mettendoci al loro servizio, per farli crescere nel rispetto della scienza, piuttosto che arroccarci dietro qualche poltrona.
Scusa lo sfogo, probabilmente troppo lungo e confuso, ma che spero possa farci riflettere, prima di firmare 

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Grillo parlante…

A volte ho osato criticare alcuni blog di “cronaca” sul clima poiché, affianco alla loro assolutamente meritevole battaglia, pongono poca attenzione a come comunicano il messaggio scientifico e sociale su quel che sta accadendo. Catastrofismo ambientale, la ascientificità della quantificazione e qualificazione del negazionismo climatico, la tendenza a credere nella soluzione riformista, ecc, ecc non hanno fatto che portare al disinteresse della società per il clima, minano il valore della scienza, e assecondano l’idea ridistribuzione del danno, ora che la frittata è fatta.

Una delle ultime discussioni è stata sul decoupling delle emissioni di CO2, e di come le politiche delle COP stiano facendo effetto. Oggi mi spiace veramente aver avuto ragione. E purtroppo, dopo alcuni giorni trascorsi a sentire al festival internazionale del giornalismo di Perugia giornalisti e politologi che ne parlano, poco o nulla è cambiato.

ps non se stia o meno violando la nuova o passata legge sul copyright, ma ringrazio l’internazionale per l’infografica.

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#DOE #INFN Summer Student Fellowship

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https://reclutamento.infn.it/ReclutamentoOnline/

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Noi al Festival

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