Il punto cieco – fisica, tempo e coscienza

Consiglio a scienziati, pensatori, religiosi, studenti, complottisti, riduzionisti, relativisti, ecc, ecc la lettura di questo articolo sulla fisica, il tempo e la coscienza, che fa riflettere su quanto sappiamo oltre che sulla scienza stessa. Per invitarvi a leggerlo ho provato a tradurre l’articolo. Spero si capisca e che mi si perdonino i termini non corretti della personale “traduzione” dell’articolo The Blind Spot, di Adam Frank, Marcelo Gleiser e Evan Thompson pubblicato su  AEON che potete leggere in versione originale qui:  https://aeon.co/essays/the-blind-spot-of-science-is-the-neglect-of-lived-experience

IMG_20181122_105625.jpgIl problema del tempo è uno dei più grandi enigmi della fisica moderna. Primo elemento dell’enigma cosmologico. Per capire il tempo, gli scienziati parlano di trovare una “causa prima” o  “condizione iniziale” – una descrizione dell’Universo all’inizio (o al “tempo uguale a zero”). Ma per determinare le condizioni iniziali di un sistema, dobbiamo conoscere il sistema totale. Dobbiamo misurare le posizioni e le velocità delle sue parti costituenti, come particelle, atomi, campi e così via. Questo problema si scontra contro un muro invalicabile nel caso dell’origine dell’universo, perché non possiamo osservarlo dall’esterno. Non possiamo uscire fuori per guardare dentro, perché il dentro è tutto ciò che esiste. Una “causa prima” non è solo inconoscibile, ma anche scientificamente intelligibile.

La seconda parte della sfida è filosofica. Gli scienziati ritengono che il tempo fisico sia l’unico tempo reale – mentre il tempo esperienziale, il senso soggettivo del passare del tempo, è considerato una fabbricazione cognitiva di importanza secondaria. Il giovane Albert Einstein ha chiarito questa posizione nel suo dibattito con il filosofo Henri Bergson negli anni ’20, quando affermava che il tempo del fisico era l’unica realtà. Con l’età, Einstein divenne più cauto. Fino al momento della sua morte, rimase profondamente turbato su come trovare un posto per l’esperienza umana del tempo nella visione scientifica del mondo.

Questi dilemmi si basano sulla presunzione che il tempo fisico, con un punto di partenza assoluto, sia l’unico vero tempo. Ma cosa succede se la questione dell’inizio del tempo è mal posta? A molti di noi piace pensare che la scienza possa darci una descrizione completa e obiettiva della storia cosmica, distinta da noi e dalla nostra percezione. Ma questa immagine della scienza è profondamente imperfetta. Nella nostra spinta alla conoscenza e al controllo, abbiamo creato una visione della scienza come una serie di scoperte su come la realtà sia di per sé, una visione della natura con l’occhio del creatore.

Un tale approccio non solo distorce la verità, ma crea un falso senso di distanza tra noi e il mondo. Questa divisione deriva da ciò che chiamiamo il punto cieco, che la scienza stessa non può vedere. Nel punto cieco siede l’esperienza: la pura presenza e l’immediatezza della percezione vissuta.

Dietro il punto cieco si colloca la convinzione che la realtà fisica abbia il primato assoluto nella conoscenza umana, una visione che può essere chiamata materialismo scientifico. In termini filosofici, combina l’oggettivismo scientifico (la scienza ci parla del mondo reale, indipendente dalla mente) e del fisicalismo (la scienza ci dice che la realtà fisica è tutto ciò che esiste). Particelle elementari, momenti nel tempo, geni, il cervello: tutte queste cose sono considerate fondamentalmente reali. Al contrario, esperienza, consapevolezza e coscienza sono considerate secondarie. Il compito della scienza consiste nel capire come ridurli a qualcosa di fisico, come il comportamento delle reti neurali, l’architettura dei sistemi computazionali o qualche misura di informazione.

Questa struttura affronta due problemi intrattabili. Il primo riguarda l’oggettivismo scientifico. Non incontriamo mai la realtà fisica al di fuori delle nostre osservazioni. Le particelle elementari, il tempo, i geni e il cervello ci si manifestano solo attraverso le nostre misurazioni, modelli e manipolazioni. La loro presenza è sempre basata su indagini scientifiche, che si verificano solo nel campo della nostra esperienza.

Ciò non significa che la conoscenza scientifica sia arbitraria o una semplice proiezione delle nostre menti. Al contrario, alcuni modelli e metodi di indagine funzionano molto meglio di altri e possiamo verificarlo. Ma questi test non ci mostrano mai la natura così come è, al di fuori del nostro modo di vedere e agire sulle cose. L’esperienza è tanto fondamentale per la conoscenza scientifica quanto la realtà fisica che rivela.

Il secondo problema riguarda il fisicalismo. Secondo la versione più riduttiva del fisicalismo, la scienza ci dice che tutto, compresa la vita, la mente e la coscienza, può essere ridotto al comportamento dei più piccoli costituenti materiali. Non sei altro che i tuoi neuroni, e i tuoi neuroni non sono altro che piccoli pezzi di materia. Qui, la vita e la mente sono sparite, e solo la materia senza vita ad esistere.

Per dirla senza mezzi termini, l’affermazione secondo cui non esiste altro che realtà fisica è falsa o vuota. Se “realtà fisica” significa realtà come la descrive la fisica, allora l’affermazione secondo cui esistono solo fenomeni fisici è falsa. Perché? Perché la scienza fisica – compresa la biologia e la neuroscienza computazionale – non include la coscienza. Questo non vuol dire che la coscienza sia qualcosa di innaturale o soprannaturale. Il punto è che la scienza fisica non tiene conto dell’esperienza; ma sappiamo che l’esperienza esiste, quindi l’affermazione che le sole cose che esistono sono ciò che la scienza fisica ci dice è falso. D’altra parte, se la “realtà fisica” significa la realtà secondo una fisica futura e completa, allora l’affermazione che non c’è nient’altro che la realtà fisica è vuota, perché non abbiamo idea di come sarà una tale fisica futura, specialmente in relazione alla coscienza. Continua a leggere

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Chi siamo davvero

21xxi“Se volete il potere, ad un ceto punto dovete iniziare a diffondere narrazioni. Se volete sapere la verità sul mondo, liberata da tutte le narrazioni, a un certo punto dovete rinunciare al potere”.
Forse questa è una delle frasi più crude e reali dell’esamina storico culturale di Yuval Noah Harari nel suo ultimo libro 21 lezioni per il XXI secolo. Ma non c’è nulla di mistico in tutto ciò. Sono proprio le storie create dagli uomini per mantenere armonia e pace sociale  che hanno sempre reso difficile sapere chi siamo davvero.
Alla vigilia della quarta rivoluzione industriale, che apre l’era dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie aumentando la capacità di illudere la gente, come possiamo conoscere noi stessi?

Un suggerimento personale. Se siete interessati approfondire la democrazia e i suoi limiti, questo libro e il divertente saggetto di Michela Murgia Istruzioni per diventare fascisti sono letture da consigliare.

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Soluzioni economiche contro il riscaldamento globale

screenshot_20181217_2229152832341633239389600.jpgIeri mi è capitato di leggere sul blog di Grillo l’articolo di Luis Garicano, Soluzioni economiche contro il riscaldamento globale. L’articolo, in modo molto semplicistico riassume un paio di concetti nel tentativo di trovare delle soluzioni all’interno della teoria economica standard per risolvere il problema del riscaldamento globale: tasse e il club dei bravi. Sulle prima soluzione ho sempre avuto le mie perplessità, anche se qui vine proposta in una forma di redistribuzione verso i più poveri. Ma, mi chiedo, questo non dovrebbe essere il principio generale delle tasse che, sempre progressive, sono necessarie per costruire quel welfare per i meno abbienti? Peraltro, anche un po’ contraddittorio trovare sul blog di Grillo una soluzione di questo genere visto che questo governo ha appena approvato la flat tax…  Per il club dei bravi, se la Politica avesse veramente voluto fare un club e dare seriamente delle risposte, bastava far funzionare la COP, ma ciò non accade per tante ragioni.
Il bello è che ormai siamo talmente forviati dal principio economico da non accorgerci che non è possibile trovare una soluzione attraverso questo modello economico ai problemi dell’ambiente e del clima. È proprio l’attuale economia che ne è la causa, di cui crescita infinita e esternalità ne sono la misura e l’effetto. L’unico modello sostenibile è una rivoluzione dei sistemi produttivi a danno degli attuali capitali ed economie, altro che auto elettriche o domeniche verdi. E chi sa che non produca anche qualche posto di lavoro in più.

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Il decoupling, so far so good…

clima      Mi si fa notare che il mio ragionamento sul decoupling si basi su un documento della IEA errato mentre questo è il riferimento corretto. Vorrei quindi porre l’attenzione su quanto scrive la IEA nella sintesi dell’ultimo rapporto pubblicato (2018) sullo stato dell’energia e delle emissioni nel mondo:

“A che punto siamo in materia di emissioni e di accesso all’energia – e dove vogliamo arrivare?
Nello Scenario Nuove Politiche, le emissioni di anidride carbonica derivanti dal sistema energetico seguono una direttrice di lento aumento da qui al 2040, ma questa traiettoria non si concilia affatto con quella che, secondo il mondo scientifico, sarebbe necessario percorrere per contrastare il cambiamento climatico. I paesi dovranno, a livello aggregato, ottemperare agli impegni nazionali assunti nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, questi impegni non sono sufficienti ad anticipare il picco delle emissioni globali. Il trend emissivo previsto rappresenta un grande fallimento collettivo nel far fronte agli impatti ambientali associati all’uso di energia. In questo scenario, le minori emissioni dei principali inquinanti atmosferici non bastano a creare una discontinuità nell’aumento delle morti premature dovute alla scarsa qualità dell’aria.
Nel 2017, per la prima volta, il numero di persone prive di accesso all’elettricità è sceso al di sotto di 1 miliardo, ma i trend di accesso all’energia sono lontani dal conseguimento degli obiettivi globali. Lo Scenario Nuove Politiche descrive alcuni miglioramenti in termini di accesso, con l’India in prima linea. Tuttavia, al 2040, oltre 700 milioni di persone, soprattutto negli insediamenti rurali dell’Africa subsahariana, non avranno ancora accesso all’elettricità e pochi saranno i progressi compiuti nel ridurre la dipendenza dall’uso tradizionale delle biomasse solide per cucinare.”

Infine all’inizio si legge questa frase […] “Sostenibilità: dopo tre anni senza variazioni, nel 2017 le emissioni mondiali di anidride carbonica (CO2) dovute al comparto energetico sono aumentate dell’1,6% e le stime preliminari sembrano confermare un trend di crescita anche per il 2018” […] 

Sempre se non sbaglio conti, ragionamento (dove sicuramente non è vero che la finanza non produce CO2 come anche che tutto il GDP (PIL) reale consumi energia) e mi fido di questo articolo del sole 24 ore nel dividere la componete di crescita del GDP  (pari al 3.5% nel 2017) fra produzione (1.7 %) e finanza (1.8 %), otteniamo che il decoupling reale è irrisorio. Quindi il plateau della CO2 alla quale la IEA fa riferimento e anche il titolo ad effetto sono sicuramente veri, nessuno lo mette in dubbio, peccato che siano di scarso significato, e la IEA pare che lo sappia bene…

Anche se tralasciamo quest’ultima parte del ragionamento, che è sicuramente da comprendere meglio, personalmente al “finora tutto benne“, io non mi adeguo…

ps fino ad ora non sono riuscito a trovare dati dopo il 2016 del disaccoppiamento a livello globale tra CO2 e PIL. In Italia, sicuramente il PLI comunque misura molto bene la corrente elettrica che consumiamo.

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Legge di Brandolini, again

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Sono felice di essere nuovamente fra le grinfie della tagliente penna di Sylvie Coyaud colpita dal mio post sul “perché la #COP24 sarà l’ennesimo fallimento per il clima e la scienza“. Vale quindi la pena rispondere alla sue domande:

1 – Chi è il soggetto di “possiamo”?. Tutte quelle persone attente al problema del clima, stanche di vedere la scienza usata come scusa per giustificare azioni opinabili e di scarso impatto.

2 – Perché la possibilità di usare la scienza per i propri fini sarebbe riservata a quel soggetto? non è riservata! chiunque può e deve usare la scienza per i propri fini. Basta che sia chiara la finalità. Se la finalità è economica va benissimo perseguire la crescita del PIL, come avviene attualmente. Ma se la finalità è il clima, purtroppo il problema è termodinamico e non economico, e le cose da fare sono altre ed è responsabilità degli scienziati come di chi fa cronaca scientifica denunciarlo.

3 – Nel contesto della riduzione degli inquinanti e del passaggio alle energie rinnovabili qual è la differenza tra fini e obiettivo? Nessuno infatti contesta in alcun modo il passaggio alle rinnovabili, peccato che questo sia lentissimo, spesso non chiaro: l’esempio del gas naturale è esemplare, cosi come i campi agricoli coperti da pannelli fotovoltaici, probabilmente le auto elettriche, ecc, ecc

4 – Nel caso non ci fosse, come si fa a condividere il secondo e non i primi? Penso di aver chiarito la differenza in quanto scritto sopra. Quando insegno termodinamica ai licei sfrutto un semplice esempio:

1 kWh è il lavoro che fa un uomo in 5 ore, con un costo di almeno 50 euro
1 kWh elettrico costa 17 centesimi; equivalente ad un lavaggio in lavatrice…
1 kWh si produce con 1 m2 di pannelli solari, aspettando 5 ore circa in una bella giornata
1 kWh è disponibile bruciando un bicchiere di benzina; 2-3 km in macchina
1 kWh è contenuto in un granello di polvere di Uranio…”

qualche approfondimento utile che magari ocasapiens vuole commentare:

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Incentivi per auto elettriche, ma nuove tasse sulle altre

Incentivi per auto elettriche, ma nuove tasse sulle altre: «I prezzi aumenteranno di centinaia di euro», cosi titola il corriere della sera oggi, sottolinenando come una manovra di questo genere possa creare gravi danni alle vendite.

La Commissione Bilancio della Camera, nella discussione nel DDL Bilancio 2019, ha approvato un emendamento che prevede l’introduzione di un sistema di «bonus-malus» sulle immatricolazioni di auto nuove, in funzione delle emissioni di CO2, valido fino al 2021. Si prevede di applicare, già a partire dal primo gennaio sulle auto nuove un’imposta crescente all’immatricolazione che varia dai 150 ai 3.000 euro e parallelamente, nello stesso triennio, di introdurre un incentivo all’acquisto di veicoli ibridi e elettrici che emettono da 0 a 90 CO2 g/km, variabile da 1.500 a 6.000 euro

Considerazioni:

1) siamo il paese d’europa con più alto numero di auto vetture procapite, secondi solo al Lussemburgo. Possiamo anche smettere di comprare automobili;

2) forse è una tassa che differenzia fra chi e come si inquina. Se qualcuno si vuole fare una nuova macchina è giusto che paghi, ma non è giusto che sia incentivato a comprarsela;

3) le auto elettriche riducono le emissioni al più del 20%. Non è chiaro se l’inquinamento creato dalla produzione e smaltimento delle batterie sia veramente tale da dare dei vantaggi in termini di emissioni e veleni prodotti. Almeno le auto elettriche sono silenziose, anche se qualche evoluzionista antropico le vuole dotare di rumori artificiali per ovviare al fatto che abbiamo perso i nostri sensi…

4) non ho capito perché se l’obiettivo è l’ambiente ci debba guadagnare lo Stato, che ovviamente fa vacillare la nostra opinione sul provvedimento. Sarebbe meglio reinvestire (meglio attraverso sgravi fiscali piuttosto che incentivi) sulla riduzione di auto circolanti e sostuzione con auto meno inquinanti (li dove strettamente necessario).

5) le auto elettriche sostanzialmente spostano i danni dell’inquinamento da dentro a fuori le città con una contenuta riduzione di gas serra (~ 20%) ma soprattutto abbassano la concentrazioni di inquinanti nelle città, che sembrano essere una delle maggiori cause di danni alla salute dei cittadini.

C’è da dire che i produttori di auto sono contrari… forse può essere veramente qualcosa di buono.

Nel frattempo alla COP24: https://www.glistatigenerali.com/clima/cop24-nasce-lalleanza-sulle-mobility-per-guidare-insieme-il-cambiamento/

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Perché la #COP24 sarà l’ennesimo fallimento per il clima e la scienza

cambiamenti climaticiAppena si tocca il tema clima in modo critico si è subito tacciati di essere complottisti e negazionisti. Sono soprattutto gli scienziati del settore che come tutte le comunità difficilmente riescono ad essere critici nei confronti delle proprie convinzioni. In particolare il clima è intoccabile e quello che si sta facendo attraverso le decisioni politiche ancora meno: quando la scienza e la politica (in altri campi l’etica) si alimentano  l’uno con l’altro ne escono sconfitti entrambi. Perdono valore le ragioni Qual è la scienza che fa notiziascientifiche e l’interesse dell’opinione pubblica, mentre le ragioni politiche soccombono dietro gli interessi economici, che sull’energia sono inimmaginabili.
Alcuni punti per me sono emblematici di quanto sta accadendo.
1) Credenze – la comunità accoglie con favore il decoupling fra GDP e emissione di CO2. Peccato che questo non sia vero come riportato dalla IEA stessa – RECENT TRENDS IN THE OECD: ENERGY AND CO2 EMISSIONS 2016:
“Over the longer period of 1990-2014, decoupling of economic growth from energy consumption was significant (TPES/GDP: -29%). The carbon intensity of the mix declined less (CO2/TPES: – 7%) due to a continuing reliance on fossil fuels as a source of energy. Compared with their 1990 levels, OECD CO2 emissions from fuel combustion were 8%. higher in 2014”. Probabilmente infatti l’attuale decoupling e’ da ricercare nella biforcazione fra crescita della economia reale e quella finanziaria.

sectors_of_us_economy_as_percent_of_gdp_1947-2009quindi non e vero che fin ora qualcosa sta cambiando, anzi India e Cina hanno incrementato la loro produzione di energia attraverso il carbone (Internazionale1284 – Il mondo va ancora a carbone) che emette solo 3 volte di piu’ CO2 rispetto al gas naturale. Ed e’ altrettanto emblematico che nel frattempo i governi abbiano deciso di incentivare e trattare il gas naturale come una fonte di energia rinnovabile, al pari dell’eolico e del solare…

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2) La Politica – le decisioni prese negli ultimi anni sono molto deboli e spesso imbarazzanti, perseguono un’ottica economica e non termodinamica del problema: tutto ciò che genera entropia genera scorie, da aerosol a veri e propri veleni per la salute e la sopravvivenza della vita, che ci conducono inesorabilmente nello spazio abiotico. Provvedimenti come la carbon tax, che di fatto è una flat tax sui consumi e non differenzia chi inquina, come inquina e perché inquina, le domeniche verdi, a difesa della produzione automobilistica piuttosto che dell’ambiente, così come la promozione della mobilità elettrica ed ad idrogeno come la panacea di tutti i mali, il sequestro della CO2, ecc. non risolvono radicalmente il problema mentre le imprese estrenalizzano sulle famiglie i costi della dei loro danni. Non e’ vero che chi inquina paga, piuttosto viviamo in una socializzazione del danno, facendo incazzare la gente ad unico beneficio di pochi. Perde il clima, perde la scienza che va a braccietto con la politica.

3) I capi – è interessante notare che a capo del problema clima ci sono persone come Nicholas Stern, ovvero economisti e banchieri di altissimo profilo. A decidere come salvare la terra ci sono gli stessi autori della crescita infinita e perpetua. Non sorprende quindi che il mantra siano la green economy, economia circolare, ecc, piuttosto che vere regole di adeguamento della produzione, obblighi efficientamento energetico, nonché una vera rivoluzione in cui al posto di abbassare, come accaduto durante tutti i 200 anni di rivoluzione industriale, il costo dell’energia si rendano realmente più efficienti i processi di uso dell’energia e delle risorse. Non sono un sostenitore della decrescita felice, anzi, ma non ho neanche l’anello al naso.

4) Terrorismo climatico – Finora il problema clima è stato portato avanti attraverso il concetto della catastrofe prodotta da un gas che a queste concentrazioni non si vede, non si sente e non fa male alla salute: la CO2. Scelta molto saggia perché l’effetto sulla opinione pubblica sia nullo o controproducente. Nessuno ama le catastrofi, nessuno crede a ciò che non vede. Ma, come dice il mio amico e collega Paolo Tripodi, quasi tutti gli inquinanti sono aerosol e non tutti gli aerosol sono inquinanti. Forse se il problema clima fosse portato avanti attraverso le vere crisi che genera: immigratoria, sanitaria, alimentare, ecc, creando una vera cultura dell’ambiente oggi non staremmo ancora a questo punto.

Temo quindi che il  fallimento nella comunicazione clima sia anche responsabilità dei ricercatori. So in questo di essere una mosca bianca, ma penso non possiamo sottacere diventando collusi e offrendo ad altri la possibilità di usare la scienza per i propri fini solo perché condividiamo l’obiettivo.

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