Consiglio a scienziati, pensatori, religiosi, studenti, complottisti, riduzionisti, relativisti, ecc, ecc la lettura di questo articolo sulla fisica, il tempo e la coscienza, che fa riflettere su quanto sappiamo oltre che sulla scienza stessa. Per invitarvi a leggerlo ho provato a tradurre l’articolo. Spero si capisca e che mi si perdonino i termini non corretti della personale “traduzione” dell’articolo The Blind Spot, di Adam Frank, Marcelo Gleiser e Evan Thompson pubblicato su AEON che potete leggere in versione originale qui: https://aeon.co/essays/the-blind-spot-of-science-is-the-neglect-of-lived-experience
Il problema del tempo è uno dei più grandi enigmi della fisica moderna. Primo elemento dell’enigma cosmologico. Per capire il tempo, gli scienziati parlano di trovare una “causa prima” o “condizione iniziale” – una descrizione dell’Universo all’inizio (o al “tempo uguale a zero”). Ma per determinare le condizioni iniziali di un sistema, dobbiamo conoscere il sistema totale. Dobbiamo misurare le posizioni e le velocità delle sue parti costituenti, come particelle, atomi, campi e così via. Questo problema si scontra contro un muro invalicabile nel caso dell’origine dell’universo, perché non possiamo osservarlo dall’esterno. Non possiamo uscire fuori per guardare dentro, perché il dentro è tutto ciò che esiste. Una “causa prima” non è solo inconoscibile, ma anche scientificamente intelligibile.
La seconda parte della sfida è filosofica. Gli scienziati ritengono che il tempo fisico sia l’unico tempo reale – mentre il tempo esperienziale, il senso soggettivo del passare del tempo, è considerato una fabbricazione cognitiva di importanza secondaria. Il giovane Albert Einstein ha chiarito questa posizione nel suo dibattito con il filosofo Henri Bergson negli anni ’20, quando affermava che il tempo del fisico era l’unica realtà. Con l’età, Einstein divenne più cauto. Fino al momento della sua morte, rimase profondamente turbato su come trovare un posto per l’esperienza umana del tempo nella visione scientifica del mondo.
Questi dilemmi si basano sulla presunzione che il tempo fisico, con un punto di partenza assoluto, sia l’unico vero tempo. Ma cosa succede se la questione dell’inizio del tempo è mal posta? A molti di noi piace pensare che la scienza possa darci una descrizione completa e obiettiva della storia cosmica, distinta da noi e dalla nostra percezione. Ma questa immagine della scienza è profondamente imperfetta. Nella nostra spinta alla conoscenza e al controllo, abbiamo creato una visione della scienza come una serie di scoperte su come la realtà sia di per sé, una visione della natura con l’occhio del creatore.
Un tale approccio non solo distorce la verità, ma crea un falso senso di distanza tra noi e il mondo. Questa divisione deriva da ciò che chiamiamo il punto cieco, che la scienza stessa non può vedere. Nel punto cieco siede l’esperienza: la pura presenza e l’immediatezza della percezione vissuta.
Dietro il punto cieco si colloca la convinzione che la realtà fisica abbia il primato assoluto nella conoscenza umana, una visione che può essere chiamata materialismo scientifico. In termini filosofici, combina l’oggettivismo scientifico (la scienza ci parla del mondo reale, indipendente dalla mente) e del fisicalismo (la scienza ci dice che la realtà fisica è tutto ciò che esiste). Particelle elementari, momenti nel tempo, geni, il cervello: tutte queste cose sono considerate fondamentalmente reali. Al contrario, esperienza, consapevolezza e coscienza sono considerate secondarie. Il compito della scienza consiste nel capire come ridurli a qualcosa di fisico, come il comportamento delle reti neurali, l’architettura dei sistemi computazionali o qualche misura di informazione.
Questa struttura affronta due problemi intrattabili. Il primo riguarda l’oggettivismo scientifico. Non incontriamo mai la realtà fisica al di fuori delle nostre osservazioni. Le particelle elementari, il tempo, i geni e il cervello ci si manifestano solo attraverso le nostre misurazioni, modelli e manipolazioni. La loro presenza è sempre basata su indagini scientifiche, che si verificano solo nel campo della nostra esperienza.
Ciò non significa che la conoscenza scientifica sia arbitraria o una semplice proiezione delle nostre menti. Al contrario, alcuni modelli e metodi di indagine funzionano molto meglio di altri e possiamo verificarlo. Ma questi test non ci mostrano mai la natura così come è, al di fuori del nostro modo di vedere e agire sulle cose. L’esperienza è tanto fondamentale per la conoscenza scientifica quanto la realtà fisica che rivela.
Il secondo problema riguarda il fisicalismo. Secondo la versione più riduttiva del fisicalismo, la scienza ci dice che tutto, compresa la vita, la mente e la coscienza, può essere ridotto al comportamento dei più piccoli costituenti materiali. Non sei altro che i tuoi neuroni, e i tuoi neuroni non sono altro che piccoli pezzi di materia. Qui, la vita e la mente sono sparite, e solo la materia senza vita ad esistere.
Per dirla senza mezzi termini, l’affermazione secondo cui non esiste altro che realtà fisica è falsa o vuota. Se “realtà fisica” significa realtà come la descrive la fisica, allora l’affermazione secondo cui esistono solo fenomeni fisici è falsa. Perché? Perché la scienza fisica – compresa la biologia e la neuroscienza computazionale – non include la coscienza. Questo non vuol dire che la coscienza sia qualcosa di innaturale o soprannaturale. Il punto è che la scienza fisica non tiene conto dell’esperienza; ma sappiamo che l’esperienza esiste, quindi l’affermazione che le sole cose che esistono sono ciò che la scienza fisica ci dice è falso. D’altra parte, se la “realtà fisica” significa la realtà secondo una fisica futura e completa, allora l’affermazione che non c’è nient’altro che la realtà fisica è vuota, perché non abbiamo idea di come sarà una tale fisica futura, specialmente in relazione alla coscienza. Continua a leggere →