C’e’ un modo certo per far morire la ricerca: minare alcuni principi fondamentali sui quali si basa come il peer review e lo scambio delle competenze. Entrambi esempi di collaborazione e competizione internazionale, motore stesso della sana ricerca. Il primo sta naufragando nel produttivismo scientifico, legato ad una mercificazione del sapere imposto per avere i fondi, produrre brevetti e fare carriera. Il secondo si basa sullo scambio continuo luoghi di buona formazione, scuole, centri di competenza con luoghi “ricchi” dove si investe in infrastrutture e laboratori. Questo rende attrattivo e competitivo, un laboratorio, un centro di ricerca o un paese. Oggi in Italia non investiamo più in ricerca, infrastrutture, laboratori e i salari per i ricercatori sono fra i più bassi d’europa. L’unica cosa rimasta è esportare le nostre competenze verso chi può investire, grazie alle scuole create con le infrastrutture e laboratori del passato.
In questo scenario, il governo italiano decide un bonus fiscale del 30% di 5 anni per i cervelli in fuga. Nascono quindi due domande: perché un ricercatore, che in europa guadagna fino a 5 volte di più del suo pari italiano, dovrebbe tornare nel bel paese? che cosa potrebbe fare un ricercatore, di successo ed affermato, in un contesto dove non si investe più? Incentivi di questo genere, se mai funzionassero, non possono far altro che inquinare un modello in cui collaborazione e competizione internazionale sono la vera forza, con l’unico risultato, probabilmente, di danneggiare ulteriormente la ricerca italiana.
Scripta manent verba volant
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