Finalmente l’europa ha deciso che non riconoscere più all’Italia il pagamento di assegni di ricerca attraverso i fondi europei. Era già accaduto qualche anno fa, ma poi il MIUR era riuscito a far tornare indietro la commissione su questa decisione. Decisione che getta nel caos buona parte delle università ed enti pubblici di ricerca che, bloccati nell’assunzione a tempo determinato sui fondi ordinari e dal budget disponibile, erano costretti a ricorrere a questo strumento per garantire il numero di giovani necessari a mandare avanti il sistema ricerca italiano.
Costretti in realtà non è proprio la parola corretta, diciamo che sui fondi esterni si aveva la possibilità di scegliere fra veri contratti di lavoro a tempo determinato e l’assegno rinnovabile fino a 6 anni, ma un contratto vero e proprio costa circa il doppio e quindi ovvio che si scegliesse 2 al prezzo di uno! Ma un assegnista non e’ un lavoratore reale, quando finisce non può iscriversi alle liste do collocamento, durante il sei anni di impiego non ha scatti di carriera, i suo contributi sono molto minori di un lavoratore equivalente, ecc… alla fine l’assegno di ricerca e’ poco più di una borsa di studio.
Personalmente non credo che un precario sia tanto colui che ha un posto a tempo determinato, ma bensì colui che non ha le tutele del lavoratore. So di essere uno dei pochi ultimi fortunati ad avere un posto fisso, ma penso che ci sia differenza fra chi è un lavoratore a tempo determinato, magari al quale gli si riconosce l’anzianità, i giusti contributi e il ruolo nel quale è inquadrato e una borsa di studio. Anche i sindacati su questo hanno detto e fatto poco e nulla, contribuendo a mio parere a creare il precariato diffuso che abbiamo nel mondo della ricerca.
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