Venerdì 22 marzo, il collettivo di sinistra anticapitalista ha organizzato un incontro con Daniel Tanuro, fondatore e teorico dell’eco socialismo. L’incontro, receduto da una introduzione di Paolo Berdini, Ugo Poce e Bruno Buonomo, è stato tradotto in simultanea da Barbara Balsamo che ho provato a riadattare nel testo che segue. Spero di aver fatto un adattamento della traduzione il piu’ possibile fedele al pensiero di Daniel.
Vi ringrazio per l’invito e vi ricordo che il 15 marzo, a seguito dell’appello o di Greta Thunberg, un milione e mezzo di giovani hanno scioperato e manifestato nelle strade di tutto il mondo. Questo è stato un segnale molto forte e significativo per tutti noi. Ma, non dobbiamo ingannarci, il livello di consapevolezza di questo movimento nascente di giovani è molto basso anche se ciò non ci deve scoraggiare, perché il movimento molto profondo. È un movimento che pone delle questioni esistenziali al quale il sistema capitalista non è in grado di dare delle risposte. Ed è questa contraddizione che renderà il movimento potente. Azzardo l’ipotesi che è questo movimento sia proprio il movimento che apre il 21º secolo e che avrà come sopra determinazione quella della coscienza per un cambiamento climatico. Quindi la lotta ecologista sarà quella che racchiuderà al suo interno tutte le lotte anticapitaliste, di giustizia sociale, la lotta femminista, delle popolazioni indigene, degli agricoltori ed dei sindacati. Quindi, per la mia generazione, e vedo che ci sono diverse persone appartenenti alla mia generazione, è una grande sfida comprendere le reali motivazioni di questo nuovo movimento.
Chi mi ha preceduto ha parlato dell’IPCC. Ma, non dobbiamo affidarci unicamente alla comunicazione ufficiale riportata nei loro documenti. Ad esempio, il riferimento rispetto all’abbassamento di 1.5 gradi centigradi e che abbiamo riportato nel nostro opuscolo è anche quello che ufficialmente l’IPCC riporta. Ma, lo stesso IPCC nel portare avanti questa comunicazione di massa si è lasciato influenzare dal realismo capitalista. Infatti, per avere una probabilità del 50% di contenere il riscaldamento globale limitandolo a 1.5 gradi centigradi senza utilizzare tecnologie nocive[1], non basta la riduzione delle emissioni del 45% ma bensì del 58%. Questo significa che, tra 2000 e il 2030 bisogna fare una riduzione del –58%, prima del 2050 bisogna annullare le emissioni, tra il 2050 e il 2100 mantenere delle missioni negative, il che vuol dire che la terra assorbe più CO2 di quella che emette.
Ragioniamo meglio su cosa vuol dire emissioni mondiali nette. Sapete che emettiamo 40 giga tonnellate di CO2 l’anno, la metà di questa CO2 è assorbita naturalmente dagli ecosistemi: foreste e oceani. Quindi, ridurre del 58% le emissioni globali nette e annullare le emissioni, vuole dire raggiungere un equilibrio fra emissioni e assorbimento e la cifra del 58% di riduzione fra il 2020 e 2030 si basa esclusivamente sull’ipotesi che ci sia un assorbimento naturale. Mentre il 45%, propagandato della comunicazione di massa, semplificata, dell’IPCC fa affidamento sull’ipotesi che vengano usate delle tecnologie per raggiungere questo obiettivo. La più maturale e affidabile di queste tecnologie si chiama cattura e stoccaggio di carbonio da biomasse. Il principio è semplice: anziché bruciare combustibili fossili per produrre energia, bruciamo biomassa, catturiamo l’anidride carbonica all’uscita degli impianti, la comprimiamo e la gettiamo i pozzi profondi. Sperando che il CO2 rimanga lì dove l’abbiamo messa, c’è comunque un grandissimo problema poiché produrre tutte queste biomasse ha bisogno di una grande superficie agricola. Secondo alcune stime, per assorbire 2 giga tonnellate l’anno, cioè un decimo delle emissioni mondiali nette, bisognerebbe sacrificare una superficie di corrisponderebbe al 15-20% delle superfici agricole. Abbiamo ovviamente due problemi: se lo facciamo su delle superfici oggi agricole avremo un grande problema con l’alimentazione; se lo facciamo invece su delle superfici non utilizzate per l’agricoltura avremo grandissimi problemi con la biodiversità, che è già allo stremo. Continua a leggere




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