Negazionismo: il clima sotto il vessillo della scienza

cambiamenti climaticiIn una società come la nostra in cui populismo e ipocrisia hanno sostituito le ideologie e in cui fatti e dati sono parole che perdono sempre più valore, anche la scienza è tradita. Uno degli aspetti fondamentali della cultura scientifica risiederebbe nella corretta percezione della scienza non come verità assoluta e nell’uso corretto dei fatti associati alle scoperte scientifiche. Siamo tutti portati, per rispetto della scienza e degli scienziati, a dare credito all’evidenza dei fatti e tendiamo naturalmente a usare i fatti stessi come prova assoluta di verità. E’ nell’indole dell’uomo credere e affidarsi a qualcosa che gli dia certezze assolute. Ma, chiunque conosca la scienza sa che quest’ultima affermazione è sbagliata. Nella scienza non esistono mai certezze e non basta l’evidenza empirica per determinare in modo definitivo il comportamento di un qualche fenomeno. La scienza offre solo spiegazioni temporanee a fenomeni naturali, spiegazioni che in 6000 anni di storia tramandata sono state quantomeno pesantemente ripensate ampliando di volta in volta gli orizzonti del nostro sapere. Inoltre il progresso scientifico, e quindi l’accuratezza delle risposte che la scienza sa dare oggi, si è sempre basato sulla capacità di criticare proprio le teorie più accreditate fra gli scienziati stessi: le rivoluzioni scientifiche sono sempre nate da quelle piccole discrepanze nei dati, i fatti, che la maggioranza degli scienziati dava per scontato e acquisito. Questo ci dovrebbe insegnare che è assolutamente ascientifico criticare le minoranze di scienziati che investigano su dati e teorie in modo diverso dal consenso comune e ancor di più usare il consenso comune per accreditare gli stessi dati e teorie. Con quest’osservazione non voglio certo dar credito a creazionisti, a Red Ronnie nelle sue invettive contro i vaccini, il metodo stamina o la fusione fredda, ecc., ecc. Infatti, nella mia affermazione ho messo in neretto due parole, scienziati e dati, e tipicamente nell’affrontare questi temi, uno dei due è tradito. Ma, ritengo comunque che sia assurdo e soprattutto che faccia male alla cultura e comunicazione della scienza affermare che perché la maggioranza degli scienziati la pensa in un modo il resto debba essere tacciato di ascientificità.
In questi giorni c’è stato molto dibattitto sulla COP22, l’elezione di Trump, che si schiera fra che nega i cambiamenti climatici e in Italia sul web ha contribuito anche Mieli con un suo editoriale sul corriere della sera. Non sono un climatologo, e non ho mai preteso di avere competenze in materia. Come tutti, sono un cittadino interessato al tema, se posso studio, o quantomeno m’informo, come faccio sulle elezioni americane e il referendum costituzionale – esempi evidenti di fenomeni non basati sui fatti – alla fine ho una mia idea sia da scienziato sia da cittadino, quindi sia tecnica sia sociale.
Devo dire che la mia anima ambientalista, nella probabile indignazione di chi si professa ambientalista, non si preoccupa affatto di credere se esista o meno riscaldamento globale, se sia antropico o naturale: magari avessimo una società più preparata a gli eventi climatici, alle migrazioni, alla fame, alle alluvioni ecc. Sono quindi molto contento che i paesi di tutto il mondo decidano di mettere dei soldi per affrontare questi problemi e semmai diminuire le emissioni inquinanti. Qui una considerazione tecnica, ma sempre comunque legata alla comunicazione dei dati scientifici, mi sento di farla: la CO2 sarà sicuramente importante per il riscaldamento globale, ma ci sono scorie delle combustioni che sono veleni per l’ambiente che meriterebbero una maggiore attenzione nel dibattito non scientifico. Perché ciò non accada, è un mistero che dovrebbe farci riflettere maggiormente su gli interessi che si potrebbero celare dietro la COP21. In ogni caso queste sono considerazioni di carattere sociale, e non scientifico. Peraltro, da scienziato, non sono per nulla preoccupato di essere entrato in una nuova era, l’atropocene, che magari estinguerà l’umanità come accaduto con i dinosauri: vorrà dire che questo fatto sarà parte dei 4,5 miliardi di anni di evoluzione naturale del nostro pianeta, di cui noi occupiamo una percentuale infinitesimale della sua storia, dove probabilmente poco importa chi siamo e dove andiamo.
La mia competenza tecnica, la mia formazione e l’attenzione alla comunicazione della scienza mi fa però dubitare delle certezze e mi fa continuare a ritenere che il dibattito scientifico sul clima vada seguito e semmai alimentato proprio per il bene delle sue conclusioni. Sicuramente ci vorrebbe una maggiore attenzione di quella che Mieli ha dimostrato nel riportare dati scientifici, che però non mi è sembrata molto differente, almeno nel metodo, da chi sul web sembra essersi indignato per il suo editoriale (es http://www.valigiablu.it/clima-riscaldamento-mieli/). Bisognerebbe forse riflettere sul fatto alquanto strano che di clima e ambiente oggi ne parlino più attori, giornalisti, imprenditori, capi di stato piuttosto che scienziati. In Italia, ad esempio, invece di aiutare Mercalli a rendere la propria trasmissione un po’ più popolare, si è deciso di chiudere il programma, togliendo una delle poche voci autorevoli, al di la di come la si pensi, su temi come questo. Quindi Mieli, che si occupa nella vita di società e costume, sbaglia a usare la scienza per dimostrare le sue opinioni, perché non è sicuramente titolato a farlo, ma ritengo che post di scienziati del clima, come ad esempio http://www.climalteranti.it/tag/mieli/, con affermazioni come “la maggior parte degli studi in proposito indica che più del 97% degli studiosi del campo è concorde sull’origine antropica del riscaldamento globale” sbaglino ancora di più a trincerare la verità scientifica dietro il consenso della maggioranza.
In conclusione, per il bene della scienza e perché si possa trasmettere correntemente alla società cosa significhi avere una cultura scientifica, il significato dei fatti e dei dati in termini scientifici, sono particolarmente interessato a che quel 3% di scienziati, per i quali dibattito sul riscaldamento globale è ancora aperto, possa esprime le proprie ipotesi senza per questo essere tacciato di negazionismo, perché questo termine non è parte del linguaggio scientifico.

Firmato, uno che non si ritiene negazionista ma che vede un grande problema di comunicazione…

Informazioni su Giovanni Mazzitelli

Senior Researcher - field of interest high energy physics and particle accelerators; science communication and education; sail and alpinism lover
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6 risposte a Negazionismo: il clima sotto il vessillo della scienza

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  2. Igor Giussani ha detto:

    Mi lascia perplesso questo passo del suo articolo “Peraltro, da scienziato, non sono per nulla preoccupato di essere entrato in una nuova era, l’atropocene, che magari estinguerà l’umanità come accaduto con i dinosauri: vorrà dire che questo fatto sarà parte dei 4,5 miliardi di anni di evoluzione naturale del nostro pianeta, di cui noi occupiamo una percentuale infinitesimale della sua storia, dove probabilmente poco importa chi siamo e dove andiamo”.

    Mi risulta che i dinousari non abbiano fatto assolutamente nulla per farsi piovere in testa un asteroide che li ha fatti estingere; viceversa, un’umanità che dovesse pagare un prezzo talmente alto per aver reiterato comportamenti di cui era ben consapevole delle nocività (e qui invece condivido quando in un altro passo spiega che la problematica ecologica non è limitata al global warming)… non mi sembra esattamente la stessa cosa.

    • Concordo pienamente! Ma che io sappia i dinosauri nell’arco della loro storia non si sono evoluti in essere pensanti. Noi uomini al contrario riteniamo di averlo fatto, e in questa evoluzione rientra anche la nostra stupidità. Quindi se il nostro destino è stupido sarà solo parte della nostra evuluzione, che ci piaccia o meno.

  3. bernardo ha detto:

    Il problema che lei solleva non è di poco conto, infatti: che alcuni scienziati espongano e propongano teorie alternative per spiegare il riscaldamento globale o che portino dati a sostegno del raffreddamento del pianeta o della sua sostanziale stabilità non sarebbe un problema, sarebbe semplicemente parte del processo scientifico o progresso tout court, se non fosse che, purtroppo, la grande maggioranza di codeste teorie alternative si basano su dati falsi o estrapolati ad arte, le statistiche che dovrebbero comprovarli non sono corrette o sono addirittura manipolate, e proprio sulle teorie più balzane si basano i media “popolari” per gettare discredito sull’intera climatologia, ad es. applicando in modo inappropriato il concetto di democrazia invitando uno studioso a favore ed uno contro negli studi televisivi a dibattiti in cui evidentemente è molto più facile fare affermazioni bislacche urlando piuttosto che seguire tutte le tappe di un discorso scientifico serio e spesso difficile che ha bisogno di tempi che non si adattano a un talk show. Tenuto conto di tutto ciò credo che le sue obiezioni decadano.

    • Personalmente non ritengo che le mie obiezioni decadono, penso al contrario che se la scienza si abbassa al livello dei talk show, può solo perdere la battaglia finendo nell’incipit di questo post. Penso che abituarsi e abituare le persone a questo stato di cose sia fallimentare, per la causa del clima e per la scienza stessa e personalmente la combatto con forza, impegno e lavoro, cercando (e non sempre riuscendo) di non perdere la bussola. Penso che se vi fosse più alfabetizzazione e cultura scientifica questo problema non esisterebbe, penso, infine, che la scienza possa essere popolare senza tradire se stessa.
      La ringrazio per la critica costruttiva.

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